Storia del Prosecco: Glera una bandiera d’identità

Livia, moglie dell’imperatore Augusto, attribuiva la sua età avanzata al Prosecco.

“Glera una bandiera d’identità e una barriera alle invasioni – Parte 1”

di Ulderico Bernardi, professore in sociologia dei processi culturali nell’università Cà Foscari di Venezia (pubblicato in L’enologo, N. 10, ottobre 2014, 20-22).

Anche se è relativamente recente la rimonta dell’affermato Prosecco sui fianchi collinari del trevigiano è decisamente più antica la fama di questo “Vin di Monte” importante voce di esportazione già per la Repubblica di San Marco. Capace addirittura secondo le leggende del Piave di bloccare l’avanzata nemica dopo Caporetto.

La civiltà europea, nel fascio di radici comuni, deve molto agli ordini monastici. In particolare per quanto riguarda il vino. Non a caso venne loro attribuita la qualifica di Patres Vinearum, avendo messo dimora le preziose barbatelle ovunque nel continente, fino alle estreme latitudini dove la vite poteva ancora attecchire. La necessità di disporre del vino per celebrare l’eucaristia, in tempi in cui i trasporti erano tutt’altro che facili, si univa ai dettami della regola benedettina: ora et labora. Nelle abbazie trasformarono le terre incolte e impaludate tutt’intorno in campi fecondi.

Monaci e abbazie

In quei lontani secoli avvenne anche nel Veneto, dove i monaci benedettini e camaldolesi ammontarono di viti i colli, dove eressero i loro eremi e venerati monasteri. Sulle colline del Pedemonte trevigiano sorsero le abbazie di Nervesa, di Vidor, di Follina, di Rua, di Feletto. Luoghi celebrati ai nostri giorni per la produzione del Prosecco (ora Glera e della generosa uva Verdisa che spesso l’accompagna, la quale essendo molto feconda, segnalava l’abate Carlo Lotti ai colleghi dell’Accademia degli anistamici nella Cividale di Belluno, la chiamavano paga debiti.

La rapida diffusione che ha conosciuto fuori nel nostro paese il Prosecco lo candida oggi ad essere una bandiera d’identità italiana, nel suo ruolo riconosciuto di esaltatore di ritualità, nella piccola cerimonia intima del convivio tra amici fino alla celebrazione ufficiale del del calice d’onore dei simposi istituzionali.

Apprezzamento ormai universale

Non è stato facile per questo buon vino autoctono della Venezia, erede della X Regio Venetia et Histria dell’impero augusteo, arrivare a tanto generale apprezzamento. Ai tecnici del vino dire se questa eccellenza il Prosecco ha raggiunto per merito della sua resistenza alle malattie, alla buona capacità produttiva o ad altri motivi, tra i quali senz’altro gli aromi e sapori che dona ai sensi. L’aura che avvolge il nome è ormai universale. A buon diritto, sia che ci si compiaccia della sua versione in bollicine, sia che al modo antico lo si voglia gustare nella caraffa diProsecco “tranquillo”, fresco, con la sua fragranza d’erba appena tagliata.

Evoca i luoghi dove vitigni di Glera e di Verdiso fioriscono, quel Pedemonte trevigiano, segnato superficie e nel profondo da acque grandi e piccole. Figlie tutte della Piave che scorre ampia nel suo letto mentre per vie segrete fornisce di abbondanti acque sorgive i colli e la pianura. Acque buone, ricche di sali salutari.

Non a caso Valdobbiadene, Vittorio Veneto – con Conegliano al centro – erano un tempo città termali [anche Asolo è una città termale ndr]. Acque che abbeverano le radici profonde dei vigneti in un passaggio impreziosito dal ricamo tracciato dalle viti sulle rive come sono chiamati i pendii collinari esposti al sole. Ma quanta strada, e pazienza e fatica d’uomini per arrivare all’eccellenza odierna.

Il segreto della longevità dei papi

Già un illustre tra i georgici veneti, Agostino Fapanni (1778 – 1861) sperimentatore e innovatore della conduzione delle sue terre, sollecitava i Vignaioli nostrani a confrontarsi con la storia di que’ vini scelti, prelibati e liquorosi che si manipolano nei ridenti colli di Conegliano, di Ceneda, d’Asolo, di Montebelluna, che fin dal passato secolo valicarono in bottiglie le Alpi r il Mare, e alle mense principesche andarono del pari coi vini di Francia e Spagna.

È lui medesimo ad attribuire autentico valore terapeutico a questi vini nostrali, d’una tal forza salutevole da restituire ad anziani papi e imperatori imperturbabile sanità. Stabilendo anche continuità di meriti con l’antico pucino che si raccoglie su di un monticello sassoso non lungi dalle sorgenti del Timavo, creduto il Prosecco de’ giorni nostri.

Annota a questo proposito: la prerogativa che hanno acquistata questi vini, e per cui salirono in sì gran fama, consiste nell’essere comunemente note queste due circostanze, cioè che un vescovo di Ceneda la famiglia Turriana era solito di spedirne annualmente da qui a Roma al Papa Paolo III morto di 82 anni nel 1549, e ad altri sommi pontefici, e che l’imperatore Federico III (morto di 78 anni nel 1493) attribuiva essenzialmente a questi medesimi vini l’aver ricuperata un’imperturbabile sanità (…) racconta Plinio che all’uso di questi vini Giulia madre del grand’Augusto si chiamava debitrice dell’avanzata età di 82 anni, a cui era pervenuta.

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