Parallele

ricordiNon sono sicuro del perché il sito di Bele Casel mi sia interessato così tanto sin dalla vera prima volta in  cui lo visitai.

Sarà perché anche la  loro storia cominciò “più di quarant’anni fa”, così come avrebbe potuta cominciare la mia, se ne avessi una?

O forse è per via della foto di famiglia, con tre generazioni presenti e lo spilungone Luca che, dal mezzo sembra voler mantenere uniti ad ogni costo il passato, il presente ed il futuro?

E se invece fosse quel “gran contadino”, il nonno Ilario, che nella foto non c’è, ma il cui spirito sembra tuttora guidare le parole e le azioni della “contea”?

E mi piacque subito anche quel nome: contea, con la “c” minuscola: un nome da nobiltà.  Non ereditata, ma alla quale aspirare e poi mantenere e blasonare col lavoro, l’onestà ed il costante desiderio di imparare di più e migliorare.

Forse però la realtà è che, per me,  l’incontro  virtuale con Bele Casel è stato semplicemente dovuto ad una coincidenza imprevedibile, seppure in un certo senso, inevitabile.

Credo fosse inevitabile che, dopo avere finalmente raggiunta e superata l’età pensionabile, potessi finalmente  permettermi il lusso di lasciarmi avvolgere  dalla nostalgia dell’Italia, che per tanti anni avevo dovuto rifiutare di ammettere nella mia vita.

Malgrado il lungo tempo, le vicissitudini e forse anche perché l’Alzheimer mi sta aspettando attorno all’angolo, il mio affetto e la nostalgia per la terra natia, per la cultura, la cucina, il vino ed alcune delle tradizioni di ‘sta benedetta Italia, sembrano aumentare, invece che attenuarsi col passare degli anni.

E con la nostalgia, malgrado le molte magagne e problemi del nostro Paese,  c’è la rinnovata consapevolezza di quanto l’Italia, ma soprattutto alcuni Italiani, abbiano da offrire al mondo, nonché a se stessi.

E, senza inizialmente avere prova alcuna, sentii istintivamente che la Famiglia Ferraro rappresentasse per me il prototipo di ciò che di meglio l’Italia ha da offrire al mondo.

Mi riferisco particolarmente agli artigiani, agli agricoltori ed ai viticultori, per i quali ho da sempre nutrito un rispetto che rasenta l’idolatria.

I miei ricordi di gioventù più vividi e più cari sono quelli raccolti sui banchi da lavoro, sulle zolle, sui campi, le stalle e le aie della Bassa Brianza; sulle colline ed i vitigni  del Veneto e della Val Trebbia.  Sono popolati da brave genti, oneste, sagge, astute ma, soprattutto, laboriosissime ed armate di volontà ferree.

Questa era gente che, malgrado io venissi “da città” e fossi piccolo e mingherlino, non appena tiravo su le maniche, indossavo un paio di zoccoli ai piedi e mi mettevo a lavorare con loro, non solo mi accettavano immediatamente come loro apprendista ed allievo, ma come loro pari; mi facevano sentire partecipe della loro vita, delle loro spanciate di cibo semplice, fresco e buono e delle loro bevute di vino alla sera attorno al focolare. 

( “Mettegh minga tropa acqua in del bicér del fieù, chè l’ha laurà fort incò” )

Oggi, a quasi sessant’anni ed a seimila chilometri di distanza, grazie ai miracoli della elettronica e della cibernetica, mi trovo a calcare (virtualmente, si capisce) le stesse zolle o camminando fra gli stessi vigneti pieni di grappoli che vi sussurrano “Non ancora. Lasciatemi prendere il sole per un altro giorno”.

Senza che voi nemmeno lo sappiate, io visito i vostri vigneti e sono nelle vostre stalle come un fantomatico voyeur. Alla dolce ora che precede l’alba, così sensualmente piena di promesse. Od in pieno giorno, quando il sole smagliante vi manda sotto il pergolato od in cantina.  Od  all’ora del crepuscolo: vellutata,  profumata dal sudore che si sta raffreddando sotto le vostre ascelle: il premio per una buona giornata di lavoro. O nelle notti mie di insonnia, quando vengo a far compagnia al ragno che fa la tela sotto l’architrave illuminata dalla luna….

Vi visito attraverso i vostri web-sites, i vostri blog, le vostre pubblicità, i vostri commenti, i vostri dibattiti animati …. e ancora una volta sento aria di  casa, l’appetito e l’olfatto si risvegliano…. annuso la terra…. e poi…

…e poi, anche se solo per pochi minuti fuggenti, mi sento ancora giovane e mi illudo per breve di poter ancora imparare  qualcosa.

E’ una bella sensazione.  Vale veramente la pena di celebrare, perché no, stappando una belle bottiglia di Millesimato…

…oppure, chissà se il Sor Danilo, darà la sua benedizione a quel “sur lie”?

foto tratta dal blog dolomiti

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  1. Yahoouj on 23 Febbraio 2010 at 9:08 Rispondi

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  2. Luca on 25 Febbraio 2010 at 13:00 Rispondi

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